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Mezzo Stato e mezzo cosca

Anatomia del consorzio criminale che governa il Venezuela

MARINELLYS TREMAMUNNO / LA RAGIONE

l governo di Nicolás Maduro – durato ininterrottamente per gli ultimi tredici anni e oggi formalmente guidato dalla vicepresidente da lui nominata, Delcy Rodríguez – non può più essere interpretato come un semplice regime autoritario. Le evidenze investigative, giudiziarie e di intelligence convergono su una definizione più precisa: il Venezuela è uno ‘Stato ibrido’ che opera come un consorzio criminale con molteplici centri di potere. Secondo In-Sight Crime, un’organizzazione indipendente specializzata nello studio del crimine organizzato nelle Americhe, Maduro ha consolidato nel Paese «un sistema di governance collaborativa con gruppi criminali» nel quale «elementi dello Stato si fondono con attori criminali per facilitare l’accesso alle economie illegali». Una struttura progettata non per governare,
dunque, ma per sopravvivere.

Uno dei pilastri storici di questo sistema sono i colectivos, gruppi armati irregolari creati da Hugo Chávez all’inizio degli anni Duemila per «difendere la rivoluzione bolivariana», poi trasformatisi in strumenti di intimidazione sociale e controllo territoriale. Come documentato dalla Bbc Mundo, operano armati, con copertura politica e tolleranza istituzionale. Dopo lo scorso 3 gennaio numerosi video diffusi sui social network mostrano civili armati che circolano liberamente in diverse aree del Paese, alimentando un clima di paura generalizzata.

Il secondo asse è rappresentato dalle Forze armate corrotte, divenute un attore economico e politico centrale. Secondo “Arman do.info”, ufficiali attivi controllano Ministeri, imprese pubbliche, importazioni alimentari e sistemi di welfare. Il dato è strutturale: «In Venezuela esistono circa 2mila generali e ammiragli, per un totale stimato di 125mila militari», per un rapporto di un generale ogni 62 soldati, come rileva la Georgetown Security Studies Review. La lealtà è garantita dall’accesso alle rendite e dall’impunità. All’interno di questo apparato si colloca il Cartel de los Soles, una rete narcotrafficante senza un capo visibile, gestita dall’alta ufficialità militare. Le inchieste di “Armando.info” stimano che le operazioni riconducibili a questo network muovano circa 350 tonnellate di cocaina all’anno, in collaborazione con il Cartello di Sinaloa e con l’Eln colombiano.

Un ulteriore nodo è il Tren de Aragua, definito dall’ex generale colombiano Óscar Naranjo «l’organizzazione criminale più disruptiva dell’America Latina»: una rete transnazionale attiva tra America
Latina, Stati Uniti ed Europa. Sul piano territoriale, il regime ha ceduto porzioni di sovranità alla guerriglia colombiana. Secondo documenti di intelligence citati dal quotidiano “El Colombiano”, il territorio venezuelano si è trasformato in una «piattaforma operativa» per l’Eln e per le dissidenze delle Farc, che agiscono in coordinamento con le Forze armate venezuelane. L’Eln disporrebbe di almeno 1.400 uomini armati distribuiti negli Stati di Zulia, Táchira, Apure, Bolívar e Amazonas.

Il sistema si completa con una rete di alleanze internazionali funzionali alla sopravvivenza criminale, costruite fin dai tempi di Hugo Chávez. Il petrolio venezuelano è stato utilizzato come moneta politica con Cuba, Cina, Russia e Iran, al di fuori dei canali di mercato. Ma l’intervento cubano è il più profondo: “Cuba Archive” parla di un’«occupazione strategica» delle istituzioni venezuelane, una circostanza peraltro dimostrata dai 32 militari cubani morti durante l’operazione statunitense a Caracas per la cattura di Maduro, rendendo pubblica una presenza a lungo negata. La cooperazione con l’Iran si è tradotta in reti per aggirare le sanzioni e, secondo “Diario Las Américas”, in collegamenti con Hezbollah. Russia e Cina completano infine l’asse di sostegno finanziario, tecnologico e militare del regime chavista-madurista.

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