Cuba e la sorveglianza digitale di Stato

MARINELLYS TREMAMUNNO / LA RAGIONE
La sorveglianza digitale a Cuba non è una deviazione del sistema, ma una sua componente strutturale. È questa la conclusione centrale del primo Rapporto integrale su questo argomento, frutto del lavoro congiunto tra Prisoners Defenders e Consorcio Justicia, basato su 200 testimonianze raccolte tra il 28 novembre 2025 e il 5 gennaio di quest’anno. Il documento descrive un modello di controllo statale fondato sul monopolio delle telecomunicazioni esercitato dall’azienda statale Etecsa e sull’uso combinato
di strumenti tecnologici, norme giuridiche coercitive costruite su misura e repressione fisica. «Questo Rapporto è stato presentato alle Nazioni Unite per dimostrare che la sorveglianza digitale a Cuba non è episodica, ma una vera e propria politica di Stato» ha spiegato Javier Larrondo, presidente di Prisoners
Defenders.
I dati mostrano che la sorveglianza digitale è un fenomeno sistematico e capillare: l’88% dei dichiaranti ha riferito che le autorità hanno menzionato o rimproverato pubblicazioni o messaggi digitali in occasione di citazioni o detenzioni. Nel 76,5% dei casi ciò è avvenuto più volte, segno di un monitoraggio continuo e generalizzato dell’attività online. Questo tipo di controllo è strettamente collegato alla repressione fisica: il 60% degli intervistati è stato convocato, il 61% interrogato e il 55% detenuto in relazione diretta alle proprie comunicazioni digitali.
La vigilanza non si limita tuttavia ai contenuti pubblici. Il 46,5% dei dichiaranti ha denunciato l’uso di messaggi privati durante interrogatori e il 20% ha visto impiegati persino audio personali, in assenza di qualsiasi tutela giudiziaria. Il quadro è ulteriormente aggravato da intrusioni tecniche diffuse, con accessi non autorizzati agli account, cambi di password e usurpazioni di identità, oltre a una connettività deliberatamente manipolata: il 77,5% ha subìto tagli selettivi di Internet, spesso in coincidenza con proteste o momenti politicamente sensibili.
A queste pratiche si aggiungono intrusioni dirette nei dispositivi personali. Il 65,5% dei dichiaranti è stato infatti costretto a sbloccare il telefono o a mostrare le proprie credenziali durante fermi o interrogatori, senza alcuna autorizzazione giudiziaria. Secondo il rapporto, la sorveglianza del regime cubano opera senza limiti, configurando una versione concreta del Big Brother descritto da George Orwell.
L’impatto della sorveglianza digitale si estende inoltre allo spazio fisico. Dopo attività online considerate critiche, l’84,5% degli intervistati ha segnalato forme di vigilanza presenziale, tra cui pedinamenti, visite di ammonimento e presenze fisse davanti alle abitazioni. «L’espressione digitale attiva immediatamente un
circuito repressivo offline» si legge nel documento. Particolarmente significativo è infine il capitolo sulle rappresaglie contro i familiari. Il 66,5% dei dichiaranti ha denunciato minacce o convocazioni rivolte a parenti stretti. «La repressione non è individuale, ma collettiva. E colpisce anche persone che non hanno mai espresso alcuna opinione politica» ha sottolineato Larrondo. Lo stesso schema emerge nei casi di cubani residenti all’estero, le cui pubblicazioni online producono conseguenze dirette per i loro familiari rimasti sull’isola, configurando in tal modo una forma di repressione transnazionale.
Anche i giornalisti risultano particolarmente esposti: multe sproporzionate, confische di strumenti di lavoro, telefoni intercettati e continui blackout di Internet fanno parte della quotidianità. «Sono stata vittima dei modelli descritti: il mio primo interrogatorio con la Sicurezza dello Stato risale al marzo 2020, quando mi fu inflitta una multa di 3mila pesos (circa 120 dollari), una somma sproporzionata in un Paese dove il salario medio mensile non raggiunge i 20 dollari» ha confermato Camila Acosta, corrispondente da L’Avana della testata spagnola ABC.




