ArticlesItalianoLa Ragione

Vero obiettivo degli americani

Stati Uniti e Venezuela nelle parole di Rubio

MARINELLYS TREMAMUNNO / LA RAGIONE

A un mese dall’intervento militare degli Stati Uniti in Venezuela che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, accusato di narcotraffico e di gravi violazioni dei diritti umani, il dibattito internazionale resta acceso. Molte critiche hanno tentato di delegittimare un’operazione che, nei fatti, ha posto fine al potere di un dittatore e ha aperto una fase politica inedita nel Paese. Per comprendere la strategia di Washington è però necessario andare oltre le polemiche e ascoltare direttamente chi l’ha costruita. In questo senso l’audizione del segretario di Stato Marco Rubio – lo scorso 28 gennaio, davanti alla Commissione Esteri del Senato americano – rappresenta il passaggio più significativo.

Nel suo intervento Rubio ha tracciato un quadro netto della situazione prima del 3 gennaio: «Avevamo
nel nostro emisfero un regime guidato da un imputato per narcotraffico, diventato una base operativa per i principali avversari globali degli Usa» ha dichiarato, spiegando come Iran, Russia e Cina utilizzassero il Venezuela come piattaforma strategica. Una realtà che, a suo giudizio, costituiva «un rischio internazionale » e «una situazione insostenibile». Rubio ha quindi illustrato i tre obiettivi della nuova politica statunitense. Il traguardo finale è «un Venezuela libero, giusto, prospero e amichevole», fondato su «elezioni libere e con un’opposizione realmente rappresentata». Il sistema elettorale era stato infatti svuotato attraverso repressione e veti politici.

La prima fase del processo è stata definita come stabilizzazione. «La principale preoccupazione dopo la rimozione di Maduro era il caos: lotte interne, flussi migratori verso la Colombia, il collasso dello Stato. Tutto questo è stato evitato» ha spiegato Rubio, che ha poi attribuito il risultato a un dialogo diretto con l’apparato statale e a un uso mirato delle sanzioni petrolifere. Gli Stati Uniti hanno consentito la vendita del greggio venezuelano «a prezzo di mercato», vincolando i proventi a conti sotto la supervisione statunitense destinati a spese sociali essenziali per il popolo venezuelano.

La seconda fase riguarda la ricostruzione. Washington punta a «un’industria petrolifera normalizzata, non dominata da alleanze politiche e corruzione», sostenuta da una nuova legge sugli idrocarburi recentemente approvata in Venezuela. Parallelamente, la transizione passa anche dall’apertura dello spazio politico interno: «La liberazione dei prigionieri politici è iniziata. È più lenta di quanto vorrei, ma sta avvenendo».

Il segretario di Stato ha poi riconosciuto le difficoltà di questo processo: «Non sarà facile. Stiamo trattando con persone che hanno vissuto per anni in un sistema di privilegi» ha ammesso. Inoltre ha chiarito che non esiste una tempistica predefinita per la piena transizione: «Non posso parlarvi di tempi. In queste settimane abbiamo fatto più progressi di quanti ne avessimo fatti in oltre dieci anni di stallo. Di sicuro oggi il mondo è migliore senza Nicolás Maduro al potere».

Sul possibile uso della forza, la posizione americana resta prudente: «Non vogliamo nuove azioni militari in Venezuela» ha chiarito Rubio, precisando che solo «in presenza di una minaccia imminente, ad esempio droni iraniani puntati verso gli Stati Uniti, il presidente potrebbe agire in legittima difesa». Le operazioni militari, ha sottolineato il segretario di Stato, «non favoriscono la ricostruzione né la transizione». Infine, l’obiettivo è lasciare «un alleato prospero e democratico». Molto dipenderà anche dalla società venezuelana e dai leader dell’opposizione, in gran parte costretti all’esilio: «Bisognerà vedere quanto rapidamente i venezuelani vorranno tornare nel loro Paese per partecipare a una vita democratica».

Publicaciones relacionadas

Deja una respuesta

Botón volver arriba