Amnistia contestata in Venezuela

Moltissimi restano in carcere e valgono le leggi per arrestarne altri
MARINELLYS TREMAMUNNO / LA RAGIONE
L’approvazione lampo della nuova legge di amnistia in Venezuela, nella tarda serata del 19 febbraio, è stata presentata come un segnale di apertura del regime guidato da Delcy Rodríguez. Tuttavia, mentre Washington ha chiesto gesti concreti di transizione democratica, Caracas sembra moltiplicare i passaggi burocratici, dando l’impressione di voler guadagnare tempo più che favorire una reale distensione.
Dopo le proteste di centinaia di familiari davanti ai centri di detenzione, gli scioperi della fame e le manifestazioni davanti al Palazzo di Giustizia di Caracas – con denunce di ritardi e rifiuti arbitrari – nello scorso fine settimana sono stati scarcerati 31 militari, sottoposti adesso a misure cautelari sostitutive della detenzione: non si tratta dunque di una libertà piena. Quegli ufficiali, accusati di ribellione, erano formalmente esclusi dai benefici della nuova legge.
Il bilancio diffuso dal regime parla di 6.071 persone raggiunte dal provvedimento di amnistia: 5.826 erano sottoposte a misure restrittive (arresti domiciliari, obbligo di firma in tribunale, divieto d’espatrio) mentre altre 245 erano detenute. Ma si tratta di cifre non verificabili in modo indipendente e che vengono contestate dalle organizzazioni per i diritti umani e dai familiari dei prigionieri politici, che chiedono maggiore rapidità e trasparenza. Secondo l’Ong venezuelana Foro Penal, almeno 400 detenuti (tra cui 185 militari) sarebbero rimasti esclusi dal provvedimento. Lo scorso 2 marzo il direttore Gonzalo Himiob ha denunciato che ancora 526 persone risultavano incarcerate per motivi politici, mentre più di 11mila rimangono sottoposte a misure restrittive. A ciò si aggiunge un dato preoccupante: negli ultimi giorni l’organizzazione ha ricevuto più di 1.300 nuove segnalazioni di presunti prigionieri politici, «non denunciati in precedenza per timore di ritorsioni».
L’Ong “Acceso a la Justicia” individua almeno quattro aspetti problematici della nuova legge. Anzitutto il carattere selettivo: restano esclusi dalla sua applicazione gli autori di fatti legati alle tensioni politico-militari del 2019, inclusa la cosiddetta Operazione Gedeón, e in generale chi è stato accusato di aver promosso o sostenuto «azioni armate contro la sovranità» Una formulazione ampia, che in un sistema giudiziario non indipendente può facilmente tradursi in strumento contro il dissenso. In secondo luogo la discrezionalità: oltre ai reati già esclusi dalla Costituzione, la legge amplia ulteriormente le eccezioni e stabilisce che l’amnistia si applica soltanto a chi abbia cessato la condotta contestata, lasciando alle autorità la valutazione finale su chi possa beneficiarne. Si aggiungono inoltre incertezze procedurali: i giudici dovrebbero decidere entro 15 giorni, ma la norma limita i soggetti legittimati a presentare domanda e non chiarisce cosa accada in caso di rigetto. Non sono poi stati previsti tribunali ad hoc per far fronte a migliaia di richieste. Infine, mancano misure di riparazione per le vittime e garanzie di reintegrazione politica per chi è stato colpito da interdizioni amministrative. Anche la Commissione speciale incaricata di vigilare sull’applicazione della legge è composta da esponenti chavisti, senza partecipazione della società civile.
Il penalista Alberto Arteaga Sánchez è categorico: «Non serve a nulla una legge di amnistia se non c’è una vera volontà di amnistiare». A suo avviso, senza l’abrogazione delle leggi contro l’odio e della cosiddetta “legge Simón Bolívar” il quadro normativo che ha consentito la criminalizzazione dell’opposizione resta intatto. Infatti il presidente della Commissione speciale di vigilanza sulla legge di amnistia, il chavista Jorge Arreaza, ha avvertito che qualsiasi persona amnistiata che commetta «un nuovo reato sarà processata». Una dichiarazione che è la prova di come l’apparato repressivo venezuelano resti intatto.




