ArticlesItalianoLa Ragione

L’asse Teheran-Caracas in un dossier della Dea

Creava una minaccia globale

MARINELLYS TREMAMUNNO / LA RAGIONE

Un dossier riservato della Dea (l’agenzia federale antidroga degli Stati Uniti) getta nuova luce sulla natura del regime venezuelano e sulle sue connessioni con l’Iran. Basato sulla verifica di oltre 3mila documenti ufficiali di entrambi i Paesi, il rapporto di 28 pagine descrive una rete costruita da Nicolás Maduro che va ben oltre la cooperazione diplomatica: si tratta di «una piattaforma poliedrica per la proiezione del potere iraniano che elude le sanzioni, rafforza uno Stato ostile e amplifica gli attori violenti non statali» in territorio sudamericano, secondo quanto scritto da Román Lejtman, corrispondente a Washington della testata digitale argentina “Infobae” e unico giornalista ad aver avuto accesso al documento. Caracas avrebbe offerto a Teheran una piattaforma per aggirare le sanzioni internazionali attraverso «un’architettura finanziaria opaca e complessa» fondata su fondi binazionali (2 miliardi di dollari), conti fiduciari e banche corrispondenti presenti in Uruguay, Panama, Dubai e Hong Kong. Questo sistema avrebbe permesso di canalizzare risorse verso settori strategici iraniani, sostenendo al contempo attività ostili in diverse aree del mondo. Lejtman afferma che il Venezuela viene descritto come un hub operativo per attività illecite di organizzazioni come Hezbollah e Hamas, «facilitando il riciclaggio di denaro, il traffico di droga e di armi, l’emissione fraudolenta di passaporti (15mila) e la mobilità operativa in tutta la regione». Una convergenza che, secondo il dossier, trasforma il Paese in un nodo chiave fra criminalità transnazionale e reti terroristiche iraniane che collaborano con strutture criminali colombiane ed ecuadoriane, residui delle Farc e cartelli messicani.

Parallelamente, il documento conferma la fornitura di tecnologia militare iraniana – inclusi droni e sistemi missilistici – al governo di Nicolás Maduro, mentre Teheran «sfrutta e contrabbanda clandestinamente uranio dal Bacino di Roraima (con riserve stimate di 75mila tonnellate) e acquisisce tecnologia legata al nucleare attraverso triangolazioni con l’Argentina (2006-2014), sostenendo direttamente il programma nucleare sanzionato dell’Iran e alterando l’equilibrio strategico globale».

È in questo contesto che va letta la recente nomina del generale Gustavo González López a ministro della Difesa da parte della presidente ad interim Delcy Rodríguez. Già capo del Servicio Bolivariano di Intelligence Nazionale (Sebin) nei periodi 2014-2018 e 2019-2024, segnati dalle più imponenti proteste antichaviste, è un uomo di fiducia della stessa Rodríguez: dopo la sua ascesa alla presidenza nel gennaio 2026, è stato immediatamente nominato capo della Guardia d’onore presidenziale. Rapporti delle Nazioni Unite lo collegano a migliaia di detenzioni arbitrarie, alla tortura di prigionieri politici (anche tramite asfissia e scariche elettriche sui genitali) e all’uso sistematico dell’intelligence per reprimere il dissenso su ordine diretto di Nicolás Maduro. Non a caso è stato sanzionato dagli Stati Uniti nel 2015, durante l’amministrazione Obama, e successivamente dall’Unione Europea, in quanto ritenuto responsabile diretto di violazioni sistematiche dei diritti umani in Venezuela.

Quando un governo affida il Ministero della Difesa a una figura con questo profilo non guarda alle minacce esterne né al rischio di un nuovo 3 gennaio, ma semmai a ciò che potrebbe accadere all’interno del Paese e soprattutto nel proprio perimetro di potere.

LINK ARTICOLO ORIGINALE

Publicaciones relacionadas

Deja una respuesta

Botón volver arriba