Prevost un anno dopo visto da chi lo conosce

Parla Luis Marín de San Martín
MARINELLYS TREMAMUNNO / LA RAGIONE
Ci sono papi che si definiscono attraverso i gesti, altri verso i gesti, altri attraverso le parole. Leone XIV, il primo pontefice nato negli Stati Uniti, sembra determinato a definirsi attraverso la coerenza. A un anno dalla sua elezione, avvenuta l’8 maggio 2025, il mondo ne conosce già lo stile: sereno ma fermo, agostiniano fino al midollo, incapace di piegarsi al potere quando va contro gli altri.
Recentemente papa Leone XIV ha affidato la carità della Chiesa a monsignor Luis Marín de San Martín, agostiniano spagnolo che conosce Prevost da ben prima che qualcuno si sognasse di chiamarlo “Sua Santità”. «Lo conosco da moltissimi anni, da quando era priore generale. Fui, curiosamente, a portarmi a Roma» racconta il presule. «L’ho sempre conosciuto come una persona serena, riflessiva, profonda. Un uomo di preghiera e di governo, molto equilibrato. E sempre stato così: una ad esserlo anche da papa».
La continuità fra l’uomo e il pontefice è il filo che attraversa tutta la conversazione con “La Ragione”. Secondo il prelato spagnolo, Prevost è rimasto Prevost: «Ha messo la sua vita nelle mani di Dio, senza grandi gesti, con molta serenità». Da questa radice spirituale nasce la capacità di affrontare situazioni complesse.
Luis Marín evita di entrare nel terreno politico, ma quando lo descrive l’immagine che emerge è inequivocabile: «Il papa non è aggressivo, non è un politico. Lo ha detto chiaramente. Non vuole rotture, non vuole scontri ma è coerente. È coerente con la sua fede e con la missione che il Signore gli affida».
Inoltre gli anni trascorsi in Perù hanno impresso su di lui una grande sensibilità sociale: «Quella esperienza ha segnato la sua personalità e il suo stile. Vi sono tratti bellissimi: la semplicità, la vicinanza, lo stare sempre accanto ai bisognosi e ai poveri. E aggiungerei la pietà popolare, che ha grande ricchezza dell’America Latina».
La tradizione latino-americana trova il suo vertice nell’esortazione apostolica “Dilexit Te”, pubblicata il 9 ottobre 2025, a un anno dal conclave e ancora ci si continua a chiedere cosa significhi, nella pratica, avere un papa agostiniano. Luis Marín risponde con convinzione: «Serviamo la Chiesa a partire dalla nostra identità». E quella identità ha un nucleo preciso: la comunione, intesa non come semplice coabitazione ma come «il desiderio, il tentativo e la scelta di avere un’unica anima e un unico cuore, sempre in cammino verso Dio». È significativo che, alla domanda su come sintetizzare questo primo anno, Marín torni proprio su quelle parole: «Ci chiama a essere responsabili, a una fede molto più impegnata. Dobbiamo unirci, vedere l’altro come nostro fratello e nostra sorella. Basta divisioni, scontri, polarizzazioni… siamo la famiglia di Dio».
In secondo luogo gli agostiniani, spiega, non hanno un unico apostolato. Sono disponibili per ciò di cui la Chiesa ha bisogno. In un anno di pontificato questa apertura si è tradotta in prese di posizione che vanno dalla condanna delle guerre – definendo certi discorsi bellici «inaccettabili» – fino al sostegno esplicito ai migranti, passando per uno storico viaggio apostolico in Africa che lo ha portato a parlare in Camerun di «un pugno di tiranni» che destinano miliardi alla guerra mentre i poveri muoiono.
L’Elemosiniere spiega che Leone XIV è «un papa in costruzione» e chiede di pregare per lui, seguire i suoi insegnamenti e, soprattutto, impegnarsi a costruire «cammini di concordia e di pace».

