Il cambiamento venezuelano

Parla Biagio Pilieri, dopo 498 giorni di carcere e la paura di morire
MARINELLYS TREMAMUNNO / LA RAGIONE
Ex prigioniero politico del regime di Nicolás Maduro, Biagio Pilieri afferma senza esitazioni che il cambiamento in Venezuela è irreversibile. Per dirlo oggi ha dovuto sopravvivere a 498 giorni di carcere nell’Helicoide, di cui oltre 14 mesi in isolamento totale, senza contatti con la sua famiglia né con il suo legale di fiducia. Italiano con cittadinanza venezuelana, è stato scarcerato lo scorso 8 gennaio nel contesto della liberazione del cooperante Alberto Trentini e degli imprenditori Mario Burolo e Luigi Gasparri. Tuttavia, la libertà piena gli è stata concessa solo il 19 marzo, dopo 71 giorni di restrizioni che gli hanno impedito di parlare con la stampa e lo hanno obbligato a presentarsi periodicamente al tribunale. Questa è la sua prima intervista, data in esclusiva a “La Ragione”.
L’Helicoide non è soltanto una prigione. È stato definito da Ong e da organismi internazionali uno dei centri di detenzione dove si registrano torture, isolamento prolungato e violazioni sistematiche dei diritti umani. Pilieri lo conferma: «Non sapevo nulla né della mia famiglia né di quello che accadeva fuori. Nessuno poteva vedermi. È stato un isolamento assoluto. E l’isolamento è una forma di tortura moderna. Forse non lascia segni immediati sul corpo, ma distrugge sul piano emotivo, psicologico e spirituale».
Biagio Pilieri è dirigente nazionale del partito Convergencia. Il suo arresto è avvenuto il 28 agosto 2024 nel pieno della repressione seguita alle elezioni presidenziali. Dopo essere stato portavoce dell’opposizione accanto alla leader María Corina Machado, diventa un bersaglio diretto. L’operazione è stata pianificata e attuata in modo violento: circa 40 minuti di inseguimento con quattro veicoli e 12 motociclette non identificate. È riuscito a trasmettere parte dell’inseguimento sui social; successivamente si è saputo che era stato portato all’Helicoide grazie alla localizzazione Gps del cellulare di suo figlio, che era con lui. «Se dico che non avevo paura, mento. Ma avevo molta più paura per mio figlio. È stato trattenuto per ore. Non sapevo cosa gli stessero facendo né se sarebbe stato liberato». Il racconto si fa più duro quando parla delle sue condizioni fisiche: «Ho perso più di 12 chili, nove di massa muscolare. Ho avuto problemi alla gamba sinistra, ho pensato di perderla. Durante una crisi, non metà del corpo paralizzata dal dolore (soffro di fibromialgia) ho temuto di morire lì, solo».
Il suo non è un caso isolato: Pilieri ricorda che ancora oggi oltre 500 persone sono detenute per motivi politici in Venezuela. A riaccendere il dibattito in Italia è stato anche l’intervento dell’Aula di Montecitorio del deputato Fabio Porta (Pd), che lo scorso mercoledì 25 marzo ha denunciato il silenzio crescente sul Venezuela e sui circa quaranta detenuti con cittadinanza italiana (più della metà per motivi politici). Porta ha inoltre chiesto chiarimenti sulle iniziative concrete per la loro liberazione, citando casi emblematici come quello dell’imprenditore italo-danese Oliviero Schenglia, ancora detenuto nonostante un ordine di rilascio.
Eppure, Biagio Pilieri resta fiducioso rispetto alla transizione democratica del Paese sotto la guida dell’amministrazione Trump: «Questo processo politico è ormai senza ritorno. Ma non dobbiamo credere che sia già tutto pronto: va aiutato e accompagnato. Ora siamo nella prima fase di un percorso articolato in tre tappe – stabilizzazione, recupero e democrazia – e sono convinto che, se tutti contribuiamo, avremo una transizione verso la democrazia che porterà a elezioni libere, democratiche e trasparenti».




