A Cuba un governo in guerra contro il proprio popolo

Record di prigionieri per ragioni politiche
MARINELLYS TREMAMUNNO / LA RAGIONE
Secondo fonti della testata statunitense “Usa Today”, il Pentagono starebbe preparando una possibile operazione militare a Cuba «nel caso in cui il presidente Donald Trump dovesse dare l’ordine di intervenire». Lo aveva già lasciato intendere lo stesso presidente americano a fine marzo, durante un evento del movimento Turning Point Usa a Phoenix, quando ha affermato che, concluso il conflitto con l’Iran, «il prossimo sarà Cuba». In questo contesto il segretario di Stato Marco Rubio ha ribadito la necessità di un cambio di regime sull’isola. Il 10 aprile funzionari del Dipartimento di Stato si sono recati a L’Avana per incontrare esponenti del governo cubano, tra cui Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote di Raúl Castro, noto come “El Cangrejo”. La notizia è stata diffusa da Axios, che ha definito l’incontro «una pietra miliare diplomatica».
Tuttavia, L’Avana rilancia la consueta narrativa della resistenza: nel 65esimo anniversario della Baia dei Porci (l’operazione militare statunitense che il 17 aprile 1961 tentò di rovesciare il governo di Fidel Castro) Miguel Díaz-Canel si è dichiarato «pronto a rispondere a qualsiasi aggressione», rivendicando il carattere socialista dello Stato. Ma dietro questa retorica propagandistica della difesa nazionale si consuma un’altra guerra, silenziosa e quotidiana: quella contro i cittadini cubani. Secondo Prisoners Defenders, il mese di marzo ha segnato un nuovo picco repressivo: 44 nuovi prigionieri politici, per un totale di 1.250 detenuti, tra cui 145 donne e 33 minorenni. «Un record storico» ha dichiarato Javier Larrondo, direttore dell’Ong spagnola.
Le cifre raccontano una repressione sistematica. «Cittadini umili, in gran parte senza alcuna affiliazione politica, vengono incarcerati semplicemente per essersi espressi» ha spiegato Larrondo. Le condanne sono particolarmente dure: 217 manifestanti sono stati puniti per sedizione con pene medie di 10 anni, mentre i minori scontano circa 5 anni di carcere. Il dato più allarmante riguarda le condizioni detentive: 447 prigionieri soffrono di malattie gravi «causate o aggravate dalla reclusione, dalla tortura e dalla negazione sistematica di assistenza medica». Altri 47 presentano disturbi mentali severi senza un trattamento adeguato. «Abbiamo identificato 32 detenuti che potrebbero morire entro 12 mesi se non verranno liberati» ha denunciato Larrondo. Il quadro s’inserisce in una dinamica più ampia: «un modello sistematico di arresti senza mandato, assenza di comunicazioni, torture e negazione del diritto alla difesa».
La repressione non risparmia giornalisti indipendenti, creatori digitali, familiari di detenuti e cittadini comuni: «A Cuba anche chiedere la liberazione di un parente può portare in prigione». Emblematico è il caso di Alexander Díaz Rodríguez, 45 anni, recentemente scarcerato dopo cinque anni di detenzione per aver partecipato alle proteste dell’11 luglio 2021. Le immagini diffuse mostrano un uomo ridotto pelle e ossa, segnato da malnutrizione e malattia. Affetto da cancro alla gola e alla tiroide, non ha ricevuto cure adeguate. «Volevo congratularmi con lui, ma mi sono trovato davanti a un essere umano completamente distrutto» ha detto Larrondo, visibilmente commosso.
Durante la detenzione Díaz Rodríguez ha sofferto di anemia, epatite B e gravi carenze alimentari, mentre la famiglia denunciava percosse e privazioni. La sua liberazione non cancella le responsabilità: il caso, sottolinea l’Ong, è «una prova vivente di ciò che accade nelle carceri cubane». Nonostante le evidenze, il regime continua a negare l’esistenza di prigionieri politici, sostenendo che i detenuti siano colpevoli di “atti vandalici”. «La comunità internazionale dovrà decidere» ha concluso Larrondo. «O agirà per salvare la vita dei cubani o sarà complice per omissione della tortura di un intero popolo».




