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Uccisione anche delle madri

MARINELLYS TREMAMUNNO / LA RAGIONE

Carmen Teresa Navas ha trascorso sedici mesi a bussare a porte che non si aprivano, a presentare ricorsi che nessun giudice voleva ricevere, a chiedere di un figlio scomparso che le autorità fingevano di non sapere dove fosse.

Il 7 maggio scorso il Ministero dei Servizi penitenziari del Venezuela ha ammesso che Víctor Hugo Quero era morto oltre nove mesi prima, il 24 luglio 2025. Il corpo era stato sepolto senza avvertire la famiglia, in una tomba condivisa, con una lapide di carta e una data di morte diversa da quella comunicata ufficialmente.

Dieci giorni dopo, Carmen Teresa, 82 anni, è morta anche lei. La giornalista Maryorin Méndez, che l’aveva accompagnata fino alla fine, ha raccontato i suoi ultimi momenti: «Disse che si sentiva tranquilla nonostante tutto. Poi avvisò: sento che non riesco a respirare. E fu trasportata in ospedale, dove morì».

Carmen Teresa aveva appena seppellito suo figlio.

Non è retorica: la leader dell’opposizione María Corina Machado ha scritto che con lei «non è morta solo una madre», ma «una donna che ha trasformato il dolore in coraggio e la disperazione in denuncia». Evidenziando un meccanismo di repressione che non si esaurisce nelle celle, ma si prolunga nei corpi di chi aspetta fuori.

Il caso di Carmen Teresa non è un’eccezione. Dall’autunno dello scorso anno, almeno cinque madri di prigionieri politici venezuelani sono morte dopo mesi di sofferenza legata alla detenzione arbitraria dei propri figli.

Il 5 novembre 2025 Yenny Barrios è morta mentre Diego Sierralta era ancora detenuto: la sua scarcerazione arrivò una settimana dopo.

Il 22 gennaio scorso Carmen Dávila si è spenta, sedata e con assistenza respiratoria, senza sapere che il figlio Jorge Yéspica — medico ginecologo arrestato arbitrariamente e imputato per incitazione all’odio — era stato rilasciato qualche giorno prima.

Il 23 gennaio Yarelis Salas, 39 anni, è morta di infarto dopo una veglia notturna davanti al carcere di Tocorón, dove Kevin Orozco era rinchiuso per le proteste post-elettorali del 2024: sarebbe stato liberato due giorni dopo.

L’organizzazione non governativa Justicia, Encuentro y Perdón ha commentato: «La liberazione è arrivata in modo terribilmente tardivo».

E ancora. Il 27 gennaio Omaira Navas è morta 13 giorni dopo la scarcerazione del figlio, il giornalista Ramón Centeno, uscito dopo quasi quattro anni in prigione in sedia a rotelle per una frattura all’anca mai curata.

«Omaira ha rappresentato la resilienza di molte madri venezuelane che lottano per i figli ingiustamente detenuti», ha dichiarato il Collegio nazionale dei giornalisti.

La Missione internazionale indipendente di accertamento dei fatti delle Nazioni Unite ha denunciato il «crescente utilizzo» della sparizione forzata come strumento di silenziamento, rilevando che le famiglie ricorrono ai meccanismi internazionali perché i loro habeas corpus non vengono processati dai tribunali nazionali.

Lo scorso 18 aprile la Cidh aveva già concesso misure cautelari a favore di Víctor Hugo Quero e di sua madre, dopo aver ricevuto prove di intimidazioni sistematiche da parte di funzionari statali.

Le madri non compaiono come categoria autonoma nelle statistiche della repressione. Eppure emergono con forza quando si raccolgono le storie: sono loro che portano cibo e medicine alle carceri, che fanno le veglie notturne, che denunciano le sparizioni.

Il rapporto del Comitato per la libertà dei prigionieri politici in Venezuela (Clippve) lo certifica: dove lo Stato ha abdicato ai propri obblighi minimi, la sopravvivenza dei detenuti politici dipende dal sacrificio delle famiglie.

In questo contesto, le parole pronunciate martedì 19 maggio da Jorge Rodríguez, presidente dell’illegittima Assemblea nazionale, suonano come un calcolo cinico: «Da ieri e fino a venerdì 300 persone saranno scarcerate… Vogliamo solo che sappiate apprezzare il gesto».

Come se liberare centinaia di persone detenute senza processo fosse una generosità e non un obbligo.

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