Chiamata a rapporto la destra di governo

Gli Usa provano a costruire una coalizione continentale
MARINELLYS TREMAMUNNO / LA RAGIONE
Il summit “Shield of the Americas”, convocato lo scorso 7 marzo, rappresenta uno dei tentativi più espliciti degli ultimi anni di costruire una piattaforma politica e strategica continentale allineata con Washington. L’iniziativa, promossa da Donald Trump, mira a coordinare i governi latinoamericani ‘amici’ contro quelle che i partecipanti hanno indicato come le principali minacce alla libertà nell’emisfero occidentale: il crimine organizzato transnazionale, il narcoterrorismo, la migrazione illegale massiva e la crescente influenza di potenze ostili.
La Casa Bianca ha definito l’incontro una «coalizione storica» con l’obiettivo di «promuovere libertà, sicurezza e prosperità». Attorno al tavolo si sono riuniti dodici leader: Javier Milei (Argentina), Rodrigo Paz (Bolivia), Nayib Bukele (El Salvador), Daniel Noboa (Ecuador), Nasry Asfura (Honduras), Santiago Peña (Paraguay), Rodrigo Chaves (Costa Rica), José Raúl Mulino (Panamá), Luis Abinader (Repubblica Dominicana), Irfaan Ali (Guyana), José Antonio Kast (Cile) e il primo ministro di Trinidad e Tobago, Kamla Persad-Bissessar. Tutti esponenti dell’area di centrodestra della regione latinoamericana. «Oggi annunciamo una nuova coalizione militare per sradicare i cartelli che stanno devastando la nostra regione» ha dichiarato Trump nel suo discorso inaugurale. Sottolineando poi che il cuore dell’accordo sarà «l’impegno a usare la forza militare per distruggere cartelli e reti terroristiche. Useremo i missili se necessario».
La coalizione punta a consolidare le operazioni di sicurezza che gli Stati Uniti già conducono nella regione. Nell’ultimo anno hanno realizzato 44 attacchi militari contro imbarcazioni sospettate di trasportare droga nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico orientale, causando circa 150 morti. Parallelamente, Washington ha avviato operazioni militari congiunte con l’Ecuador, oggi considerato uno snodo chiave del traffico di cocaina gestito da reti criminali colombiane in collaborazione con cartelli messicani e altre organizzazioni internazionali.
Il vertice si è svolto mentre gli Stati Uniti sono impegnati in un conflitto con l’Iran in Medio Oriente e poche settimane dopo la cattura di Nicolás Maduro in Venezuela e l’uccisione del narcotrafficante messicano Nemesio Oseguera Cervantes, noto come “El Mencho”. Secondo Trump, la lotta ai cartelli è anche una questione strategica globale: «Queste organizzazioni rappresentano una minaccia inaccettabile alla sicurezza nazionale e offrono un accesso pericoloso ai nostri avversari stranieri nella regione» ha assicurato il presidente Usa, citando implicitamente la crescente presenza di Cina, Russia e Iran in America Latina. Non a caso, i governi di sinistra più importanti della regione (Messico, Brasile e Colombia) non sono stati invitati al vertice. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha rafforzato la dimensione politica dell’iniziativa, sottolineando la volontà di Washington di rilanciare il proprio ruolo nell’emisfero: «Questi Paesi hanno un enorme potenziale e vogliamo essere loro partner per rafforzare sicurezza ed economia».
In questa chiave s’inserisce anche l’analisi dell’economista Raffaele Bruni, esperto di analisi di rischi geopolitici, secondo cui il vertice riconosce un nodo strutturale della regione: «Il rapporto tra la presenza della grande criminalità, in particolare il narcotraffico, e l’ostacolo allo sviluppo economico». Bruni invita inoltre a leggere la strategia americana in prospettiva storica: «Esiste un filo rosso che lega l’attuale politica degli Stati Uniti nell’area, dalla Dottrina Monroe al Roosevelt Corollary», un orientamento interrotto solo dalle ultime amministrazioni democratiche. In questa prospettiva l’iniziativa di Trump «non può essere interpretata solo in chiave personalistica, ma come parte di una tradizione geopolitica».