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«Ecco dove ci ha portato la rivoluzione chavista»

Contro ogni regola e pronostico, l’Assemblea Nazionale Costituente (ANC) si è insediata a Caracas lo scorso venerdì 4 agosto, eletta senza partecipazione dell’opposizione (essendo un evento incostituzionale), tra evidenti brogli, e perfino con l’occupazione della sede del potere legislativo legittimamente eletto a dicembre del 2015. Subito dopo arriva la nuova mossa del regime chavista: la Costituente ha decretato elezioni regionali per il mese di ottobre 2017. Un processo elettorale che doveva realizzarsi nel dicembre 2016, ma senza spiegazioni era stato sospeso dal Consiglio Nazionale Elettorale (CNE, istituzione che gestisce le elezioni venezuelane). Era evidente che si voleva evitare a tutti i costi elezioni democratiche.

di MARINELLYS TREMAMUNNO per LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA

Ora con uno pseudo Parlamento monocolore e un CNE schierato a favore del regime, il neo dittatore Nicolas Maduro si prepara a prendere in mano i governi regionali. Ma paradossalmente la MUD (coalizione di opposizione) ha deciso di partecipare senza nessun tipo di garanzie democratiche e, in qualche modo, avallando con la sua presenza questo processo convocato dalla stessa ANC che non era stata riconosciuta da circa una ventina di paesi.

E così arriva la frattura all’interno dell’opposizione: i partiti “Alianza Bravo Pueblo” e “Vente Venezuela” hanno deciso non partecipare alle regionali. E i giovani in piazza, la cosiddetta “resistenza”, hanno preso con molta delusione la decisione della MUD. In realtà quest’ultima aveva convocato manifestazioni ad oltranza fino alla caduta del regime, a seguito dell’esautorazione del Parlamento.

In Venezuela «ci sono solo due vie: la dittatura e la libertà. Il percorso della dittatura ha condannato il Venezuela alla miseria, la fame e la corruzione più schifosa. La dittatura  tenta di normalizzare la situazione nel Paese, vuole che sia riconosciuta l’Assemblea Costituente, che sia legittimato il fraudolento Consiglio Nazionale elettorale», ha dichiarato Maria Corina Machado in conferenza stampa annunciando contestualmente la sua separazione dalla MUD. «Non possiamo cadere in questa trappola. Non possiamo voltare le spalle al popolo del Venezuela. Non possiamo tradire la lotta che abbiamo intrapreso», ha aggiunto.

Ma chi è Maria Corina Machado? È la fondatrice e la coordinatrice di “Vente Venezuela”, partito venezuelano di centro destra. Una specie rara in un Paese con partiti a maggioranza di sinistra, compresi gli oppositori più perseguitati dal regime. La Nuova BQ ha parlato con Maria Corina Machado per conoscere la sua visione della crisi che costringe in ginocchio il Venezuela.

«Sono crollati tutti i pilastri che hanno sostenuto il regime chavista. È crollato il sostegno popolare, quando vediamo che il 90% del Paese vuole disperatamente l’uscita di Maduro dal potere; è crollato il sostegno internazionale, quando sentiamo voci della comunità internazionale che passano della retorica all’azione, con le sanzioni, con l’esclusione del Venezuela dal Mercosur e il rifiuto dell’ANC; è perfino crollato lo stesso chavismo, quando vediamo la Procuratrice (fedele a Hugo Chavez) e tanti altri prendere le distanze», afferma la Machado con un particolare ottimismo, sottolineando che in questo contesto «la dittatura crollerà molto presto».

“Vente Venezuela” è il partito più giovane (è nato nell’anno 2012) e l’unico con una proposta separata dal socialismo, secondo quanto spiegato da Maria Corina Machado. «Siamo un partito liberale di centro e siamo convinti che i diritti dell’uomo siano inviolabili e inalienabili. Abbiamo vissuto venti anni nel populismo più scatenato, con una visione centralista, estremamente statalistica. È arrivata l’ora della libertà e come società abbiamo la sfida di lasciarci dietro gli “-ismi” introdotti dal Socialismo del XXI secolo: il centralismo, lo statalismo, il populismo, il clientelismo e il militarismo. E faremo il salto molto presto».

Invece in Italia il mito di Hugo Chavez si mantiene vivo e alcuni faticano ad accettare che dietro alla distruzione del Venezuela ci sia Cuba. Come si può considerare l’influenza di Cuba sulla crisi venezuelana?
È nefasta, perché nel corso degli anni (il governo venezuelano) ha interposto gli interessi del regime cubano, quelli di rimanere al potere e prendere le risorse che appartengono ai venezuelani, portando alla fame il nostro Paese. E il mondo deve capire che questa catastrofe umanitaria l’avevamo avvertita da molto tempo. Hugo Chavez, pur essendo nel periodo del boom del petrolio più grande della nostra storia, si è dedicato a distruggere l’intero settore produttivo, espropriando, invadendo aziende agricole, imponendo controlli e appropriandosi dei grandi business. Allo stesso tempo metteva in ginocchio l’intera società obbligandola a dipendere dal regime. Quello che noi avevamo avvertito da tempo, oggi si è trasformato in un problema per la regione.

Considerando che il regime chavista è un regime militarista, che ruolo devono avere le forze armate per facilitare una transizione in Venezuela?
Dovrebbero avere un ruolo molto importante. Chávez aveva sempre detto che la sua rivoluzione era armata e Maduro, lo scorso 27 giugno, ha ricordato che quello che non sarebbero riusciti a ottenere con i voti, lo avrebbero ottenuto con le armi. Lo abbiamo visto il 30 luglio: fuoco e sangue, nel bel mezzo di un massacro hanno imposto una falsa Costituente. Poi vediamo cosa è accaduto in questi giorni di ribellione popolare: 132 ragazzi uccisi, oltre 5 mila feriti, 5 mila arrestati, la repressione è stata brutale. Chiediamo ai militari venezuelani di abbassare le armi, che non sia più riconosciuto l’ordine di sparare contro un popolo disarmato, in ribellione legittima, che sia rispettata la Costituzione. Invitiamo i militari ad accompagnarci nella lotta contro la dittatura.

Ma è evidente la presenza cubana dentro le forze armate venezuelane. Ad esempio, abbiamo visto i militari venezuelani sfilando con i colori della bandiera cubana sulla divisa durante la commemorazione del giorno dell’indipendenza dello scorso 5 luglio…
Questo è il punto centrale del problema. Molte persone tendono a minimizzare il fatto che la lotta del popolo venezuelano non sia solo contro il governo di Nicolas Maduro. È un regime criminale che ha legami con il narcotraffico, ha legami perfino con l’estremismo islamico; questo governo è collegato ai cartelli messicani, colombiani e alla guerriglia. E ovviamente la presenza del regime cubano è molto consolidata, ma non solo a livello dell’esecutivo: i cubani cono presenti tra i notai, i registri pubblici, il corpo di intelligence e sono anche tra i militari. Lo sanno tutti, è stato denunciato da anni facendo nomi e cognomi. Ma sono convinta che c’è molto disagio all’interno delle forze armate venezuelane, perché le loro famiglie soffrono la realtà quotidiana. C’è molta fame, siamo di fronte a oltre il 1.000% di inflazione, non si riesce a comprare niente con uno stipendio mensile che non arriva a 5 dollari.

Ti abbiamo visto tra le proteste, in prima linea. Da dove trae origine lo spirito di lotta del popolo venezuelano, che si è mantenuto in piazza quattro mesi nonostante la crudele repressione?
Nella sua dignità, non ho dubbi. È stata una forte esperienza vedere ragazzi, che hanno conosciuto solo questo regime, rischiare la vita in prima fila. Perché le loro madri gli hanno trasmesso valori, amore per la libertà, l’amore per il Venezuela e sono decisi a vivere con libertà individuale e dignità nazionale. In Venezuela c’è fame, la gente è scesa in piazza per la fame. Ma non parlo solo di fame di cibo, parlo di fame di dignità. Il mondo deve capire che non siamo una società polarizzata, siamo una società determinata a costruire un futuro di prosperità e di giustizia.

Sul tuo Twitter hai scritto alla comunità internazionale che sono finiti i tempi della retorica, che il Venezuela aveva bisogno di decisioni nette. Quali sono le azioni che ti aspetti dalla comunità internazionale?
In primo luogo, che sia denunciata ogni attività illegale del regime. Abbiamo bisogno di sanzioni individuali precise contro i funzionari, così come ha annunciato l’Unione Europea; sono improrogabili. L’ha già sottolineato il Regno Unito, è necessario andare avanti con azioni oltre alle parole perché la situazione è insostenibile.

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