I torturati venezuelani che l’Italia non vede

img-_innerArt-_635281098420815530-900x600“Questa mattina mi hanno fatto salire in ascensore, scortato da guardie e fucili, da protocolli e segni, da sguardi e domande, da tanto tempo non salivo. Oggi mi hanno portato in superficie, abbiamo dovuto salire vari piani per vedere il cielo…”. Sono le parole di Lorent Saleh, un giovane venezuelano che da quasi 2 anni (22 mesi) si trova rinchiuso nel carcere “La Tumba”. Un ex bunker di una banca che oggi funziona come una sala di “tortura bianca” o tortura psicologica contro gli oppositori del regime del presidente del Venezuela, Nicolas Maduro.

di MARINELLYS TREMAMUNNO per LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA

Un anno fa La Nuova BQ aveva denunciato l’esistenza de “La Tumba” in Venezuela. L’avvocatessa Tamara Sujú Roa, membro del “Foro Penal Venezuelano”, una Ong formata da avvocati che difendono gratuitamente le vittime del regime, l’ha descritta: «Non ci sono rumori, non ci sono finestre, non c’è luce né aria naturale. Si sente solo il rumore della metropolitana che passa sopra la testa. Le sette celle di due metri per tre sono poste una dietro l’altra, in modo che i detenuti non possano vedersi. Pavimento e muri bianchi, cancelli grigi, con una piccola apertura per la somministrazione del cibo. Letto bianco, tavolo di cemento bianco. I detenuti passano le 24 ore del giorno chiusi, vigilati da telecamere e microfoni. Possono uscire per andare in bagno soltanto suonando un campanello; molte volte aspettano ore e sono costretti a usare un contenitore previsto per le emergenze. Non ci sono colori, solo il bianco e il grigio. Non ci sono rumori, solo le loro voci, non c'è il sole, non c'è la luna, non c'è il tempo, non hanno un orologio, non hanno idea dell’ora, non sanno se è giorno o notte».

Oggi sono ancora lì Lorent Saleh (27 anni), Gabriel Valles (29 anni) e Juan De Sousa (52 anni). I primi due sono ragazzi, studenti, accusati di cospirazione e terrorismo per la loro attività di denuncia contro la costante repressione e violazione dei diritti umani del governo “chavista”, attraverso una Ong chiamata “Operación Libertad”. De Sousa invece ha infastidito il regime con i suoi commenti su Twitter (@EnYuKoTe), l’unico canale di comunicazione e di denuncia dei venezuelani, che vivono in un paese senza libertà di stampa. Tutti e tre sono prigionieri politici di Nicolas Maduro e sono succubi di un governo che perseguita chi scende in piazza o manifesta un’opinione contraria.

Ma non solo, ci sono 96 prigionieri politici, di cui 26 hanno problemi di salute. Lo ha riferito alla Nuova BQl’avvocatessa Tamara Sujú Roa: “Ci sono prigionieri politici in Venezuela. Noi stiamo denunciando la violazione dei loro diritti umani, la loro tortura, la mancanza di cure mediche, che è un altro meccanismo di tortura, e adesso pure noi siamo in pericolo. Per il governo siamo traditori alla Patria”. L’attivista oggi è una rifugiata politica in Repubblica Ceca, ha deciso di scappare dal paese sudamericano per poter continuare la sua lotta per i diritti umani dei venezuelani, ma adesso dall’estero.

Sono scandalosi i casi di Leopoldo Lopez e Antonio Ledezma. Sono i due prigionieri politici venezuelani più visibili perché leader dell’opposizione più radicale al delfino di Ugo Chávez. Meritano giustizia immediata! Ma sono ancora più scandalosi i casi delle altre 94 anime, tanti di loro in condizioni subumane: “Nel Helicoide (un altro carcere del Sebin, la polizia repressiva di Maduro) ci sono tanti giovani detenuti a causa di manifestazioni pacifiche in piazza a febbraio 2014. Gerardo Carrero ha gravissimi problemi di gastroenterite e ha 32 foruncoli, focolai di infezioni della pelle. Ronny Navarro ha una mano rotta da un anno deformatasi per mancanza di tempestiva assistenza chirurgica. Efrain Ortega è stato obbligato inizialmente 3 mesi a stare sempre in piedi, nel carcere del CICPC Chacao; oggi si trova senza assistenza medica nel Rodeo (carcere per criminali) e ha flebiti in entrambe le gambe, oltre all'epatite A e B. Vasco D'Acosta sopravvive in una gabbia di leoni di due metri per due del carcere Phoenix di San Juan de Los Morros, con solo una latrina da cui esce anche l’acqua che beve. Ha perso 35 kg causa infezioni e dissenterie senza la minima assistenza medica”. Sono solo alcuni dei casi annotati nel rapporto della Ong “Foro Penal Venezuelano”.

Anche gli avvocati dell’Ong “Foro Penal Venezuelano” sono nel mirino di Maduro. “Alfredo Romero, Gonzalo Himiob e Alonso Medina Roa, direttori nazionali del FPV sono anche perseguitati e un tribunale ha disposto l’intercettazione dei loro telefoni e posta elettronica. La coordinatrice regionale, Raquel Sanchez, la scorsa settimana è stata vittima di un attacco da parte di uomini incappucciati. Abbiamo anche il caso dell’avvocato Marcelo Crovato, un collaboratore del FPV finito in galera con criminali comuni che ha tentato pure il suicidio. Oltre tre gli avvocati espatriati in cerca di asilo”.

“Noi venezuelani non possiamo da soli”. È stato l’appello che ha fatto tramite la Nuova BQ l’avvocatessa Tamara Sujú Roa alla comunità internazionale. Ha spiegato che non è possibile parlare di dialogo in Venezuela con 96 prigionieri politici e una crisi umanitaria che fino ad oggi il governo si è rifiutato di accettare. “La comunità internazionale deve esigere dal governo venezuelano la libertà dei prigionieri e l’apertura del canale umanitario per l’ingresso di cibo e medicine, dopo possiamo dialogare”.

Ma si potrebbe dialogare con un governo che non rispetta i diritti umani? “Non credo, siamo da soli, disarmati, davanti ad un governo di delinquenti e molto ben armato. Cioè continua la repressione brutale in Venezuela: ci sono stati 270 arresti a maggio e 400 finora quest'anno. Stanno cercando di contenere la tensione sociale con la repressione”. Ha risposto Sujú Roa denunciando che il governo venezuelano ha acquistato 400 mila fucili AK47, per una forza armata di 80 mila uomini. “Dove sono finiti questi fucili? Dove sono stati distribuiti? Ecco perché adesso il governo venezuelano sta trascinando i paesi Unasur (coalizione dei paesi sudamericani) a spingere verso un dialogo all’interno dell’OSA (Organizzazione dei Stati Americani), dialogo che non rispetteranno. Chiediamo aiuto!”, dice.

Intanto si massacra un intero popolo, comunità italiana residente in Venezuela compresa. Mentre in Italia “continuiamo a pettinare le bambole”. Ancora oggi non abbiamo sentito da parte del Governo del “bel Paese” una parola in difesa dei diritti umani del popolo venezuelano. Un popolo che, nei tempi della fame in Europa e della Seconda Guerra mondiale, ha accolto la terza comunità italiana più importante delle Americhe. Forse ancora siamo in tempo di fare qualcosa.

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