Morire nel buio: la strage del blackout in Venezuela

La strage a causa del blackout in Venezuela è incalcolabile. Il 76% del Paese è ancora senza elettricità, senza internet e senza comunicazioni da giovedì scorso, a causa del cattivo stato in cui versa la rete elettrica. I primi a morire sono i pazienti negli ospedali, prime vittime dell'incuria di un regime che pare proprio giunto al capolinea.


Di MARINELLYS TREMAMUNNO per LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA

La strage a causa del blackout generale in Venezuela è incalcolabile. Il 76% del Paese è ancora senza elettricità, senza internet e senza comunicazioni da giovedì scorso. Sono 16 su 24 regioni al buio in modo continuo ormai da oltre 80 ore. Soltanto 8 regioni hanno ricevuto alcune ore di elettricità, in modo parziale, e i servizi telefonici funzionano a intermittenza.

I più colpiti dalla crisi venezuelana sono sempre i più deboli. Il video di un neonato che riceve ossigeno con una pompa manuale al buio o della madre che porta in braccio la sua figlia malnutrita e senza vita all’obitorio, morta per mancanza di assistenza medica per il blackout, hanno fatto il giro del mondo sui social. Sono immagini che nessuno vorrebbe mai vedere, ma purtroppo in Venezuela sono quotidiane.

I pazienti degli ospedali sono le prime vittime accertate. Dopo tre giorni al buio, il deputato José Manuel Olivares ha confermato la morte di 18 persone negli ospedali, l’ONG Condevida ha pubblicato su Twitter che sono 15 i morti per mancanza di dialisi e la testata spagnola “ABC” ha conteggiato 15 bambini morti soltanto all’ospedale di Maturin, nel sudovest del Venezuela.

Ma i morti causati dal blackout potrebbero salire a 40 o 60. Ne ha dato notizia il presidente “ad interim” del Venezuela, Juan Guaidò, durante una conferenza stampa. “Non è vero che c’è normalità per le strade, nemmeno serenità. Abbiamo notizia di tentativi di saccheggi per l'esasperazione che soffre il nostro popolo. È molto grave la situazione”, ha sottolineato, annunciando che lunedì 11 marzo sarà dichiarata l’allerta nazionale dall’Assemblea Nazionale.

Infatti, le poche testimonianze che arrivano dal Venezuela sono degne di un film horror. “La maggioranza dei supermercati sono chiusi e i pochi rimasti aperti ricevono pagamenti soltanto in contante. Ho trovato qualche panificio aperto, ma vendono biscotti e bevande gassate. Non c’è acqua né ghiaccio, da nessuna parte. I benzinai sono chiusi. Ne ho trovato solo uno aperto e aveva una fila lunghissima di macchine di almeno 19 isolati. La gente urlava dai palazzi per la disperazione. Tutte le emittenti radiofoniche restano chiuse”. Lo ha raccontato la giornalista venezuelana Charito Rojas da Valencia, dopo aver girato la città.

Senza elettricità non funzionano i dispositivi elettronici di pagamento. Cosa significa in un paese in iperinflazione? Significa non riuscire nemmeno a mangiare. Da mesi il venezuelano è costretto a usare i pagamenti elettronici per ogni tipo di acquisto, anche per prendere un caffè al bar. Poiché non c’è corrente né internet, è quasi impossibile fare acquisti: “sono al buio e non ho acqua a casa mia. Sta finendo anche la batteria del cellulare e non ho idea di come comprare qualcosa da mangiare. È disperante”, ha spiegato la giornalista Pola Del Giudice da Los Teques, città a soli 40 chilometri da Caracas ancora senza corrente.  

Si tratta dell’ennesima tragedia annunciata in Venezuela. Nella nazione sudamericana ormai era abituale soffrire per la mancanza del servizio elettrico, controllato dallo Stato attraverso l’azienda pubblica di nome Corpoelec. Da ricordare che nel 2013 si era già verificato un guasto che aveva lasciato 17 regioni del Paese senza corrente elettrica per sei ore; e lo scorso anno, otto regioni sono rimaste al buio per dieci ore. E secondo un video diffuso dalla testata digitale venezuelana VPI, una settimana fa i dipendenti di Corpoelec avevano denunciato il cattivo stato del sistema idroelettrico e termoelettrico venezuelano, affermando che lo stato della rete era così critico che non era possibile gestire un altro incidente.  

In tutto ciò, il Venezuela è al bivio. Da una parte il regime segue il solito copione: “è un sabotaggio elettrico”, “è un attacco tecnologico eseguito da Trump”, hanno dichiarato Nicolas Maduro e i suoi seguaci. Mentre il presidente “ad interim” Juan Guaidò ha interpellato le alte gerarchie militari: “continueranno a nascondere il dittatore? Io so cosa pensa il resto delle forze armate, sanno che non è più possibile continuare sotto l’assedio dei cubani!”. Così ha evidenziato la spaccatura all’interno del braccio armato di Maduro e ha promesso misure straordinarie per garantire l’ingresso degli aiuti umanitari. 

“Intervento, intervento!”, ha urlato la gente in piazza durante la manifestazione di sabato scorso a sostegno di Guaidò. La Costituzione venezuelana, al punto 11 dell’articolo 187, stabilisce che il Parlamento ha il potere di “autorizzare l’utilizzo di missioni militari venezuelane all’estero o straniere nel Paese”. “L’articolo 187, quando sarà il momento!”, ha sottolineato il leader durante il comizio in piazza, che ha pure aggiunto: “ma non sarei degno di questo ruolo se non avvertissi chiaramente che questa opzione porterà sangue in qualsiasi caso, e qui l’unico che marcia sul sangue del popolo è l’usurpatore di Miraflores (Maduro)”.

LINK ARTICOLO ORIGINALE

No hay comentarios.

Agregar comentario

Debe ser logged in para agregar comentarios.