Taiwan resiste alla pressione della Cina comunista

La Cina popolare vuole "ignorare l’esistenza di un governo forte e democratico", dice alla Bussola il rappresentante di Taiwan in Italia, Andrea Lee. Il cosiddetto “Principio di Una Cina” ignora la realtà. L'isola cinese libera dal regime comunista "decisamente non fa parte della Cina" e resiste alle fortissime pressioni di Pechino.


Di MARINELLYS TREMAMUNNO per LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA

“La Cina deve essere riunificata e lo sarà”. Così il presidente cinese Xi Jinping ha rinnovato la sua minaccia contro Taiwan, in occasione del 40° anniversario del messaggio ai compatrioti al di là dello Stretto. Una riunificazione che, avverte, potrebbe includere anche “l’uso della forza militare”, ricorrendo a “tutti i mezzi necessari contro le attività separatiste di Taiwan e le forze esterne che interferiscono nel processo di riunificazione”.

Le minacce della Cina contro Taiwan sono di lunga data e periodiche. Fin dalla nascita della Repubblica Popolare della Cina nel 1949, il regime comunista ha considerato Taiwan una provincia ribelle che deve essere riunificata. Mentre nel suo discorso di Capodanno, la presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen, aveva già dichiarato che il suo paese non intende “rinunciare alla sua sovranità o fare concessioni sulla propria autonomia”, rinnovando per l'ennesima volta l’invito ad accettare il percorso di “democrazia e indipendenza” dell’isola.

Resisterà Taipei alle pressioni di Pechino? Le minacce arrivano dalla Cina, il paese più popolato al mondo, con 1395 milioni di abitanti contro 24 milioni di cittadini taiwanesi. È la prima potenza economica mondiale, secondo dati del Fondo Monetario Internazionale, e la seconda potenza che investe più risorse economiche in armamenti e forze armate. La Nuova BQ ne ha parlato con l’ambasciatore Andrea Lee, dal 1° agosto Rappresentante di Taiwan in Italia.

L'oppressione cinese viola i valori fondamentali della democrazia taiwanese. “Vogliono ignorare l’esistenza di un governo forte e democratico”, ha affermato Andrea Lee e spiega che, sebbene la minaccia del gigante asiatico sia sempre stata presente, questa volta Pechino prova a stringere la pressione per evitare un dialogo ufficiale con Taipei. “Vuole accelerare, ma come si può arrivare a un accordo senza parlare con il nostro governo?”.

Infatti, il cosiddetto “Principio di Una Cina” ignora la realtà. Lo ha ribadito in conferenza stampa la presidente taiwanese Tsai Ing-wen, sottolineando che Taipei non ha mai riconosciuto il principio di “un paese, due sistemi” (Consenso del 1992), poiché Taiwan ha un presidente e un parlamento democraticamente eletti, nonché una stampa ricca e diversificata che gode di piena libertà. Taiwan ha le proprie forze armate, conduce autonomamente i propri affari esteri, emette moneta propria, passaporti e visti, esercitando la giurisdizione assoluta ed esclusiva sul proprio territorio. Taiwan decisamente non fa parte della Cina”, ha evidenziato Melanie Fang-Yin Kuo, segretaria dell’ufficio di rappresentanza di Tapei in Italia. 

“Vorremmo vivere in pace”. È il desiderio dell’ambasciatore Lee e degli abitanti dell’isola: “Ci aspettiamo che la Cina Popolare smetta di minacciarci. La pace nello Stretto di Taiwan garantisce la pace in tutta la regione asiatica e del Pacifico. E vorremmo che i Paesi del mondo che condividono con noi i principi della libertà e il rispetto dei diritti umani possano darci appoggio morale. Taiwan non ha bisogno di sostegno materiale, non abbiamo bisogno di risorse perché ne abbiamo a sufficienza. Abbiamo bisogno soltanto di mantenere la nostra prosperità e poter continuare a svilupparci senza le minacce della Cina”.

Invece, il presidente Xi Jinping si dimostra risoluto nel volersi prendere Taiwan a ogni costo.  Un atteggiamento “testardo e arrogante” agli occhi dei taiwanesi ma non solo: secondo i rappresentati diplomatici, la Cina ha intensificato la pressione internazionale attraverso il suo potere economico per convincere persino cinque dei partner di Taiwan a rinnegare il loro riconoscimento diplomatico. Inoltre, gli aerei e le navi dall'Esercito di Liberazione Popolare (forze armate cinesi, ndr) hanno spesso accerchiato Taiwan come atto di intimidazione.

Taiwan non è soltanto un punto di onore per la Cina comunista. Il problema di Xi Jinping è che la Repubblica di Cina (Taiwan) è una democrazia di successo, che rispetta i diritti umani e la libertà religiosa. Una realtà ai margini dei grandi eventi internazionali e spesso al di fuori dell’interesse dei media, ma oggi quest’isola porta avanti il 67% della produzione mondiale di semiconduttori e con i 28 paesi membri dell’Unione Europea ha superato i 53 miliardi di dollari statunitensi di interscambio commerciale, in cui l’Italia si colloca al 5° posto con 4,6 miliardi.

Xi Jinpin è una minaccia per la pace internazionale. Con tutto ciò, l’analista politico specializzato in questioni dell’Asia Orientale e Oceania, Fabrizio Bozzato, ritiene che Xi Jinping voglia nascondere qualche segno di debolezza. “Vuole convincere la popolazione di Taiwan e la comunità internazionale dell’ineluttabilità dell’unificazione. Ma non è così! Taiwan non è isolata, è un membro attivo della comunità internazionale. Ha la capacità di difendersi anche militarmente, è impegnata in un processo di modernizzazione delle sue forze armate. In realtà Xi Jinping dimostra che ci sono problemi all’interno della leadership cinese e utilizza la questione di Taiwan per raccogliere consenso. Nulla di nuovo sotto il sole!”. D’altro canto, però, nel 2019 la Santa Sede si impegnerà molto nel portare avanti l’accordo provvisorio con Pechino e Papa Francesco potrebbe anche decidere di toccare il suolo cinese.

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